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  Dure critiche dopo la condanna dei dirigenti Google

La condanna ai tre dirigenti Google per violazione della privacy ha scatenato, come era prevedibile, un vespaio di polemiche: la stampa straniera descrive il nostro Paese come uno dei più tenaci in Europa nel voler imporre un controllo sul web, assimilandolo agli altri media come Tv e giornali e le associazioni che si battono per la libertà di espressione sostengono la tesi di Google, definendo la sentenza “un pericoloso precedente”.

Sulla società, intanto, continuano a piovere pietre dall’Europa: dopo l’avvio di un’indagine antitrust per abuso di posizione dominante nella ricerca online, il Gruppo di Lavoro Articolo 29 – l’organo consultivo della Ue per la protezione dei dati personali e il diritto alla riservatezza – si è scagliato ancora una volta contro Street View, affermando che il servizio continua a violare le norme europee sulla privacy.

 

Riguardo la vicenda del video sulle vessazioni subite da un ragazzo down da parte dei suoi compagni di classe, ieri il New York Times ha pubblicato in prima pagina un articolo molto duro, in cui vengono elencati, tra l’altro, tutti i tentativi del governo di limitare in qualche modo la libertà della rete.

La corrispondente Rachel Donadio , scrive: “…In Italia, dove il premier Silvio Berlusconi possiede la maggior parte dei media privati e controlla indirettamente quelli pubblici, c’è una forte spinta per regolamentare internet in maniera più determinata rispetto al resto dell'Europa. Una serie di provvedimenti sono allo studio in Parlamento per tentare di imporre una serie di controlli sul web”. Tra queste, la giornalista ricorda il decreto Romani, che recepisce la direttiva Ue sui servizi audiovisivi e che “vorrebbe imporre ai provider di servizi televisivi via web le stesse regole del settore televisivo” tradizionale.

“Un'altra proposta in attesa di approvazione – spiega ancora il NYT - è nascosta in un disegno di legge sulle intercettazioni e richiederebbe ai blog di pubblicare eventuali rettifiche o correzioni entro 48 ore, come richiesto ai giornali, mentre un terzo vorrebbe i siti responsabili per i commenti anonimi postati dagli utenti”.

 

Un quadro non proprio esaltante, insomma, per la libertà di espressione in Italia e gli attacchi non arrivano solo da oltreoceano: il parlamentare conservatore britannico Tom Watson sul Daily Telegraph descrive la sentenza “…la peggior minaccia alla libertà di internet che si sia mai presentata in Europa” e sottolinea che “…e uniche persone che potranno appoggiarla sono Berlusconi ed i governi della Cina e dell'Iran”.

Sulla stessa linea il parere di Leslie Harris, presidente dello statunitense Center for Democracy and Technology, secondo cui “l’incredibile sentenza”, oltre a “congelare l’innovazione”, servirà a instillare più coraggio “ai regimi autoritari” e verrà sfruttata “per giustificare i loro sforzi per sopprimere la libertà su internet”.

 

Se è sicuramente indiscutibile che la sentenza italiana segna la fine dell'immunità di cui i provider hanno goduto fino ad oggi nel mondo occidentale, il Financial Times, citando invece l’esperta in materia di privacy, Bridget Treacy, sostiene che la decisone dei giudici di Milano provocherà un “effetto  boomerang” sull’intero quadro normativo europeo sulla privacy.

 

L’Italia, però, non è la Cina, come ha affermato anche il massmediologo Derrick De Kerckhove sul Corriere Della Sera, “ed è essenziale che resti un Paese libero”, anche se – ha aggiunto - i dirigenti Google hanno sbagliato a non rimuovere prontamente il video dopo le diverse sollecitazioni.

 

Pieno sostegno a Google è giunto quindi da Assintel, l’Associazione nazionale delle imprese ICT di Confcommercio, che ha chiesto l’apertura di un tavolo di lavoro sul tema delle regole e della tutela della libertà del Web.

La sentenza è un forte campanello d’allarme – ha affermato il Presidente Giorgio Rapari - perché si inserisce in un trend in cui la politica e gli apparati giudiziari cercano di ricondurre la “novità” del Web dentro la cornice normativa esistente, senza averne compreso la natura”.

 

Serve, insomma, un approccio nuovo, che sia di “inclusione e non di limitazione”, osserva Rapari, secondo cui proposte come quella della Carlucci o il decreto Romani “erodono il principio di libertà del web attraverso un controllo sui fornitori di servizi e tecnologie ICT, legandoli ad obblighi coercitivi o di controllo preventivo”.

 

Le regole che già esistono, ha aggiunto il presidente Assintel, permettono di sanzionare eventuali offese alla libertà individuale su internet, “…altra cosa è prevedere un controllo a monte dell’informazione da parte della piattaforma stessa, tentando di vincolare gli operatori tecnologici a controllare quanto i singoli pubblicano: questa – ha concluso - comunque la si voglia chiamare, sarebbe censura”.

 

In merito alle accuse contro Street View, il gruppo di lavoro Articolo 29, in una lettera inviata a Peter Fleischer, afferma che – nonostante i lunghi colloqui tra Google e i responsabili Ue - il servizio “continua a sollevare dubbi” per il fatto che i volti delle persone e le targhe non sono sfocati a sufficienza.

Articolo 29 suggerisce quindi una serie di misure, tra cui la nomina di un rappresentante in ogni paese in cui Sreet View è attivo, “per assicurare che il servizio sia pienamente rispettoso delle leggi europee sulla privacy”. Prima di iniziare le riprese, Google dovrebbe poi avvisare ampiamente con spot in Tv e su tutti i media e, infine, “cancellare le immagini non sfocate custodite negli archivi dopo sei mesi” essendo l’attuale periodo di conservazione di 12 mesi “sproporzionato”.

 

Alessandra Talarico

Key4biz

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